"La sua voce" di Rosy Romeo

Pubblicato il da Rosy e Salvo

La sua voce


In quel tempo, Gesù disse: “Le mie pecore ascoltano la mia voce ed io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola”.
(Gv 10, 27-30)


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Nel continuo contrasto con farisei e company, Gesù si presenta come il buon Pastore. Altro che re condottiero che avrebbe dovuto, secondo la loro opinione, cacciare i Romani e governare Israele in una visione esclusivamente terrena! A Gesù non importa la politica, il suo regno non è di questo mondo e, per naturale conseguenza, non ne segue le regole. Egli è il buon Pastore, è colui che conduce il gregge su pascoli sicuri, che ama le sue pecore, che chiama per nome ognuna di esse. Che razza di re è colui che si occupa degli ultimi, servendoli con amore e perdonandone le diserzioni? Non possono capirlo, la loro mente è deviata dalla sete di potere, la loro anima è accecata da una Legge trasformata dalle loro interpretazioni errate. Così si tengono ben distanziati da quelle pecore, da quegli umili, forse un po’ ignoranti, un po’ malati, un po’ matti, ma tanto sensibili e attenti alla voce del Maestro. Proprio perché non hanno la tracotanza di coloro che si credono tanto preparati sulla Scrittura, sono in grado di riconoscere quella voce e lasciarsene affascinare. Certo, un po’ di tornaconto, sotto sotto, in molti c’è! Vanno perché zoppi, paralitici, infelici e sperano di essere guariti. Ma a Gesù non importa perché si va da Lui, gli interessa solo che lo si avvicini. Sarà Lui a parlare al cuore, a farsi conoscere. Lui conosce le sue pecore e si fa conoscere da loro. E non è una conoscenza superficiale, come la nostra quando incontriamo i nostri simili e scambiamo qualche parola di convenienza, ma poi torniamo alle nostre faccende dimenticando quegli occhi che ci hanno guardato e quelle mani che ci hanno sfiorato, come la voce che si è depositata sui nostri timpani. No, per i Giudei la conoscenza è una cosa seria, profonda. Conoscere implica un rapporto intimo, un’unione viscerale. Per questo motivo, quando diciamo che Gesù ci conosce, dobbiamo riflettere bene, perché dobbiamo sapere che Egli ci conosce nel nostro intimo. E se diciamo che conosciamo Gesù, dobbiamo soffermarci su questa affermazione. In che senso lo conosciamo? Spesso lo pensiamo come un uomo amabile, con la barba e i capelli lunghi e la veste bianca lunga fino ai piedi, al quale indirizziamo sospiri di ammirazione, o anche come l’uomo crocifisso al quale dedichiamo qualche pensiero di commiserazione specialmente in Quaresima. Solo se ci fermiamo ad ascoltare veramente la sua voce e ce ne lasciamo penetrare, possiamo percepire quella brezza leggera che ci accarezza l’anima con delicatezza, come con un guanto di velluto, per farci sentire dolcezze inesprimibili. Attenzione però, perché se ci lasciamo attrarre e decidiamo di continuare l’ascolto, presto scopriamo che il guanto di velluto si trasforma in una morsa di ferro che ci stringe fino a soffocarci e, per poter respirare, saremo costretti a gettare via tutti i nostri preconcetti e fare spazio al nuovo. E successivamente siamo battuti su un’incudine, forgiati col fuoco, per prendere una forma diversa da quella che avevamo prima. Il buon Pastore sa di cosa abbiamo bisogno per giungere alla perfezione e anche se costa dolore, tutto sommato, non ci dispiace perché ci scopriamo denudati dell’uomo vecchio e rivestiti del nuovo in cui c’è solo felicità, gioia vera e duratura, eterna. A questo punto sappiamo di essere pecore del Signore che ci custodirà e non permetterà che il nemico ci rapisca dalla sua mano. Conosciamo l’Amore finalmente, sappiamo che ci ha guadagnati con tutti i mezzi e nel cuore nasce il desiderio di farci amore per gli altri e adottiamo ogni mezzo a nostra disposizione perché il gregge del Signore possa arricchirsi di nuove pecore dal momento che ormai sappiamo che l’Amore non è un’entità chiusa in se stessa, ma una forza generatrice in continua espansione.
Nell’ascolto sincero, intimo, libero da noi stessi, quindi, nasce la conoscenza veritiera e reciproca fra il Pastore e noi, sue pecore, conoscenza che si fa sempre più forte, direi addirittura passionale, con l’Eucaristia che entra in noi per trasformarci da essere terreno a essere divino. Infatti, non si tratta di obbedire a una legge, a dei comandamenti, ma di percorrere la stessa strada del buon Pastore, di essere suoi compagni di viaggio, proprio alla pari, naturalmente per la sua bontà infinita.












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