''Una medaglia a due facce'' di Rosy Romeo

Pubblicato il da Rosy e Salvo

Una medaglia a due facce

Di solito con questo modo di dire si intende indicare due questioni o situazioni opposte, come luce e buio o amore e odio. Qualche volta, invece, può essere esaminato lo stesso concetto, ma da angolazioni diverse. Un esempio di quanto detto, può essere, per noi cristiani, il caso del perdono. Il perdono è la più alta espressione dell’amore e anche la più difficile. Non possiamo usare la parola “amare” staccandola da “perdonare”. Siamo spesso tentati di asserire che ci sono casi e casi e che per certe offese o ingiustizie non si può perdonare. Forse in certe situazioni saremmo disposti a lasciarci anche uccidere, ma perdonare quella tale persona per ciò che di tremendo ci ha fatto, questo no! Ma chi ha mai detto che è facile seguire il Cristo? Al cristiano non è richiesto un atteggiamento dolce, fatto di sorrisi e belle parole, ma l’eroismo dell’impossibile. Dalla Croce Gesù gridò: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). Non fu solo una preghiera di intercessione al Padre, ma anche un richiamo per chi vuole seguirlo, l’insegnamento estremo, il più efficace perché scritto col sangue. Pietro cercò di porre un limite a quest’atto quasi assurdo chiedendo: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”(Mt 18, 21). Sette volte! E’ già tanto, e non dimentichiamo che nella Bibbia il numero sette indica la completezza. Con tutto ciò, Gesù rispose asciutto: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”(Mt 18, 22). Come un estendere all’infinito la completezza del perdono. Infatti, proprio al perdono Gesù lega la sicurezza della salvezza nell’insegnamento sul modo di pregare: “…rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6, 12). E, conoscendo la testa dura dell’uomo, rincarò la dose: “Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6, 14-15). Siamo portati a pensare che, essendo Dio amore infinito, sia obbligato a perdonarci, coprire tutte le nostre malefatte con il manto della misericordia, ma non è proprio così. Non ci sono scappatoie, o perdoniamo o non entriamo nel Regno di Dio. Sbagliamo a dimenticare i sani insegnamenti del Catechismo di Pio X, oggi messo nel ripostiglio. Il punto 13 recita: Per qual fine Dio ci ha creato? Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e seguirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra in Paradiso.

E non possiamo dire di conoscerlo se non amiamo fino al martirio del perdono.

Ma se è duro perdonare, non lo è da meno chiedere di essere perdonati. Non ci viene difficile chiedere perdono a Dio, tanto… non vediamo i suoi occhi, ma chiedere perdono ai nostri simili è un’altra storia. Vediamo bene i loro occhi, sappiamo leggervi rimprovero e anche disprezzo e la nostra vanità viene a essere calpestata. E non è da trascurare il fatto, per noi di capitale importanza, che la persona cui ci troviamo a chiedere perdono, è essa stessa peccatrice al pari di noi e forse anche più. Per carità, non è eccessivo piegarsi dinanzi a un altro colpevole? No, non lo è, perché il perdono è una ricchezza messa a nostra disposizione per acquistare ciò che non meritiamo, cioè quella salvezza che si estende nei secoli dei secoli, all’infinito. E’ dunque nel nostro interesse amministrare bene il perdono, patrimonio che va donato e ricevuto, che si offre e si chiede: “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5, 23-24). Quindi, bando all’orgoglio e coltiviamo una piantagione di abbracci!

Commenta il post