Meditazione di Rosy Romeo

Pubblicato il da Rosy e Salvo

Requiem

L’ultima opera composta da Mozart fu il Requiem e, per ragione a lui superiore, a causa della sua morte, non riuscì a completare il suo lavoro che fu poi ultimato da un compositore austriaco. Come a dire che non vi è niente di incompiuto, come la vita che non finisce con la morte, ma continua sotto altra forma.

Quando si partecipa a un funerale, si ritiene dovere necessario esprimere le proprie condoglianze, perché così detta la tradizione. Dopo si torna a casa, magari dopo aver fatto qualche commento di circostanza o ricordato qualche episodio significativo con gli amici, e si riprendono le proprie faccende, mentre i familiari del defunto si chiedono, fra le lacrime, come potranno recuperare le fila della propria esistenza senza quella presenza amata, con l’amara consapevolezza che saranno costretti a vivere accettandone l’assenza definitiva. Di solito si dice a chi piange una perdita che il defunto sarà sempre con loro e che li protegge dall’alto. Si fanno questi discorsi per consolare, ma non si sa fino a che punto siano veri. Morire non è finire di esistere, è entrare in un’altra dimensione, una dimensione eterna. C’è un filo che unisce le due dimensioni, anzi due, l’amore e la preghiera. Le famiglie non vengono spaccate, ma unite dal soffio dello Spirito, che spesso è nascosto dalla prigione della carne, soffocato dal rumore delle cose effimere. Quando in una famiglia tutto fila secondo le regole terrene, si resta ancorati alla precarietà del tempo e facilmente si permette alla caducità degli eventi mondani di silurare quanto di buono c’è nell’anima, ma quando la dipartita di una persona cara sbatte in faccia l’incongruenza dei propri progetti temporanei, si comprende veramente quanto si è stolti a poggiare tutte le speranze su ciò che è destinato a finire. Quante volte si sente dire durante un funerale che è inutile affannarsi perché poi si muore e tutto finisce e non si porta niente con sé? Non è vero che non ci si porta niente dall’altra parte, si porta l’amore che si è dato e si è ricevuto e, in Dio, si rimane accanto ai propri cari, ancora prigionieri del proprio corpo che impedisce la visione del nuovo stato. Non vediamo i nostri cari partiti per la destinazione eterna perché i nostri occhi sono stati creati per vedere solo la materia, ma con l’anima possiamo andare oltre e con la preghiera si può tenere integra la catena che ha legato gli affetti. La preghiera è un bene interscambiabile, noi parliamo a loro e loro a noi e intercediamo gli uni per gli altri presso il Padre. E’ la comunione dei santi!

rosy romeo

Ha indetto

“Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9, 13). Una parola, questa, che dovrebbe scuotere l’anima in un turbamento profondo fino a toccare le viscere. L’uomo che si definisce cristiano, quindi seguace del Cristo, dovrebbe guardare sempre alla caratteristica principale di Dio: la misericordia. Come il Padre, dovrebbe rivolgere il suo cuore alle miserie dei fratelli per soccorrerli, amici o nemici che siano, cristiani e non, per sollevarli, per quanto possibile, dalle loro carenze. Come Gesù, dovrebbe scendere dal suo piedistallo e camminare fianco a fianco con chi ha bisogno. Per bisogno non si intende solo la necessità materiale, ma soprattutto la fame di attenzione, di accoglienza, di sorrisi esclusivi, in una parola di amicizia, fraternità, consapevolezza di appartenere a una unica famiglia, la famiglia dei figli di Dio.

La misericordia è quella peculiarità divina di cui abbiamo estremamente bisogno sia per riceverla che per donarla. Essendo creature peccatrici e ingrate, rischieremmo grosso senza l’infinito amore del Padre che ci corre incontro, desideroso di donarci il suo perdono. Grazie alla sua clemenza, anche noi impariamo a essere benevolmente generosi con gli altri.

Per questi motivi Papa Francesco ha indetto il Giubileo straordinario della Misericordia. Egli vuole offrire a tutti gli uomini la possibilità di usufruire delle grazie necessarie alla nostra salvezza. Già il Logo del Giubileo parla chiaro: Gesù porta l’uomo sulle sue spalle e tiene il viso così appiccicato a quello della creatura da fondere il suo sguardo col suo, fino ad assorbire uno dei suoi occhi, come a dire che tutti e due, creatore e creatura, vedono con lo stesso sguardo.

rosy romeo

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